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INDICE

 

Premessa

La ricerca archeologica

L'insediamento storico

Il sistema delle fortificazioni

Il terrrazzo di Acropoli

Bibliografia

 


 

Premessa

L’attuale struttura del Parco Archeologico della Civitella è stata consolidata grazie agli interventi effettuati e finanziati dal Programma Integrato Territoriale “Parco del Cilento e Vallo di Diano” del POR Campania 2000 - 2006,  con la collaborazione del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, della Soprintendenza Archeologica di Salerno e del Comune di Moio della Civitella.
 
La valorizzazione del sito archeologico della Civitella rientra nella politica di sviluppo locale finalizzata a rendere disponibili per la fruizione fruizione turistica una serie di siti storici interni, azione essenziale al riequilibrio ed allo sviluppo locale.
 
Il sito della Civitella, dopo un iniziale intervento compiuto alla fine degli anni ’90, finalizzato soprattutto alla realizzazione di opere infrastrutturali per l’accesso all’area, è stata avviato un percorso orientato soprattutto  alla conservazione e restauro dei monumenti.
Un primo intervento di restauro ha interessato un lungo tratto della murazione della cinta occidentale. Si è operato con un restauro conservativo basato su operazioni di pseudo-anastilosi consolidativa; questa tipologia di intervento si è resa  necessaria al fine della stabilizzazione delle opere interessate da importanti fenomeni di deformazione. Il restauro della murazione ha comportato anche un approfondimento della conoscenza della opere architetoniche .
 
 

 La ricerca archeologica

 

Il sito archeologico della 'Civitella' è uno dei pochi, nel territorio antico di Velia, ad essere stato esplorato in maniera estesa grazie alle attività di ricerca condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Salerno. L’area interessata dall’insediamento antico corrisponde alla parte alta dell’omonima collina, sita nel Comune di Moio della Civitella, la cui sommità raggiunge gli 815 m. slm,
 
La collina è fortemente caratterizzata anche dal punto di vista ambientale poiché, isolata nel paesaggio, consente di controllare visivamente tutto il territorio circostante. Un orizzonte che abbraccia, ad occidente, tutto il tratto costiero della piana dell’Alento, tra l’acropoli di Velia e la ‘punta’, mentre ad est la vista si apre sul passo di Cannalonga, chiuso tra il massiccio del monte Gelbison e la base della collina stessa. Verso nord invece si delinea la vallata boscata dei fiumi Trenico e Calore, fino a raggiungere l’orizzonte visivo costituito dalla barriera dei monti Alburni e dagli altopiani del monte Cervati.
 
Questa sua peculiarità è alla origine dello stesso insediamento storico, quando il controllo del territorio era un’esigenza primaria per la sopravvivenza e sviluppo di una comunità.
 
Le caratteristiche ambientali dell’area si accentuano oggi ulteriormente grazie al folto bosco di castagni il cui impianto, probabilmente, risale al XV sec., epoca alla quale si può far risalire anche lo sviluppo del Santuario della Madonna dell’Annunziata posto sul terrazzo sommitale della collina. All’epoca dell’insediamento greco la collina, per ovvi motivi militari, doveva presentarsi per gran parte spoglia di vegetazione al fine di favorire l’avvistamento delle persone che si dirigevano verso la fortificazione.
 
Il sito archeologico è stato interessato, a partire dalla metà degli anni '60 sino alla fine degli anni '80, da numerosi interventi di esplorazione e prospezione archeologica che ci hanno restituito la gran parte delle strutture urbanistiche ed architettoniche antiche oggi visibili sull’area.
 
La ‘scoperta’ del sito avvenne ad opera del Prof. M. Napoli, che, nell’estate del ’66, su segnalazione degli abitanti locali, effettuò una prima prospezione archeologica, identificando i resti di una fortificazione che fu immediatamente messa in relazione alla colonia Greca. Le successive ed immediate campagne di scavo esplorarono e riportarono alla luce le strutture della fortificazione, dei terrazzamenti e le porte principali aperte nella cinta esterna delle mura. La scoperta della ‘porta sud’ o ‘dei castagni’, come da allora viene chiamata, si deve all’opera del Prof. E. Greco, che dal 1967 fino a tutti gli anni ’80 ha collaborato alla direzione della ricerca archeologica. Dal 1976 la ricerca archeologica sull’area è affidata alla direzione del Prof. A. Schnapp, dell’Università di Parigi. L’esplorazione, effettuata sino al 1987, è stata orientata soprattutto al riconoscimento dell’area dell’abitato interno, dove è stato rimesso in luce un tratto significativo del tessuto edilizio antico.
 
Le strutture antiche sono state da sempre visibili sull’area. Di esse possediamo una descrizione di estremo interesse realizzata verso la fine del XIX sec. da un erudito locale il Mons. Alario ; nel suo manoscritto dava notizie di “mura costruite di pietre lavorate a scalpello e connesse senza cimento, che ancora sussistono. Inoltre la immensa quantità di rottami e di cocci che sono sparsi sul declivo di quel monte e i molti oggetti di metallo e di creta che vi sono rinvenuti e che vi si rinvengono sono un argomento luminoso dell’esistenza della città. I contadini difatti, lavorando, in quella località, vi hanno trovate statuette di Apollo, idoletti di creta, coltelli di pietra focaia, e un gran numero di monete”.
 
L’area archeologica della Civitella esprime coll’impianto delle fortificazioni il suo elemento di maggiore interesse e suggestione; un impianto unico, poiché fortemente adattato al sito, le cui soluzioni architettoniche e costruttive ne fanno un originale ed importante esempio di architettura militare.
 
Il complesso delle fortificazioni interessa tutta la parte sommitale della collina, lo si può seguire per gran parte del suo sviluppo, lo scavo ne ha restituito tratti ben conservati con anche cinque o sei filari di blocchi alternati a tratti in cui si riconosce appena solamente il livello di fondazione. I blocchi, sul prospetto a vista, presentano tutti una accurata lavorazione eseguita con punta di scalpello; su alcuni sono ancora presenti segni o lettere incise dopo la loro messa in opera.
 
Il sistema difensivo è completato dalle porte di accesso; di queste ne sono state scoperte cinque, lo scavo le ha restituite nel loro diverso stato di conservazione di cui però si riconoscono gli elementi strutturali utili alla ricostruzione della tipologia di impianto.
 
Ognuna delle porte, infatti, presenta uno schema planimetrico diverso, adattato cioè al diverso contesto strutturale, orografico e funzionale nella quale essa era inserita. Questa peculiarità del sito concorre ulteriormente a far si che il Fruryon della Civitella sia uno dei più interessanti esempi di architettura militare del territorio.
 
Il terrazzo di acropoli, poi, doveva ospitare un complesso di strutture edilizie particolarmente denso ma, allo stesso tempo, ordinato e disposto nel rispetto di un preciso disegno urbano. Le tracce di tale impianto, costituite da profondi tagli delle rocce, tratti murari e pavimentazioni sono da sempre visibili sulla superficie del terreno. L’esplorazione di un tratto di questo spazio urbanizzato ci ha restituito un tessuto insediativo fitto e diversamente articolato che, per quanto ancora non completamente studiato, ne conferma il carattere regolare e le tracce del disegno urbano, orientato, quest’ultimo, a sfruttare in maniera densa lo spazio disponibile in raccordo con l’esposizione del suolo e la morfologia del terrazzo.
 

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L'insediamento storico

 
Il sito archeologico della Civitella, nell’ipotesi attualmente più accreditata, é legato nella sua genesi alla colonia Focea di Velia ed alle sue esigenze di controllo militare ed economico del territorio interno. La collina costituisce uno dei capisaldi naturali situati a controllo degli accessi, dall’entroterra, verso la valle costiera dell’Alento e l’insediamento della colonia Greca.
 
Il sito archeologico, infatti, ha restituito tracce di frequentazione greca risalenti già all'epoca iniziale della fondazione ionica nel VI sec. a.C. Tracce sporadiche che attestano comunque un’attenzione immediata da parte dei coloni Focei al controllo del territorio.
 
Solamente nel corso del IV sec. a.C., però, viene impiantato l'enorme cantiere per la costruzione del sistema di fortificazioni sulla sommità della collina di Moio.
 
La realizzazione della murazione fu eseguita sulla scorta di una progettazione attenta e competente, quasi certamente svolta da architetti militari di tradizione ellenica. Testimone di ciò è la estrema perizia evidenziata sia nella tipologia dell’impianto, sia nella messa in opera delle strutture; l’osservazione di queste ci consente di leggere una serie ampia e diffusa di accorgimenti tecnici e strutturali applicati al fine di garantire funzionalità, stabilità e durata al complesso difensivo. 
 

Parallelamente si sviluppo un insediamento denso e significativo che si ampliò ulteriormente fino a tutto il III sec., conoscendo nei secoli successivi un progressivo esodo verso i terrazzi collinari posti a quote più basse in prossimità degli attuali abitati di Moio , Pellare e la stessa Cannalonga.

 

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Il sistema delle fortificazioni

 

Il complesso delle fortificazioni era costituito da un primo ampio recinto esterno ‘proteichisma’ , a forma di ellissoide irregolare, con il diametro minore di circa 170 m ed il diametro maggiore di circa 335 m, mentre lo sviluppo perimetrale raggiungeva la dimensione massima di circa 850 m. La superficie interna, contenuta nella murazione, era di poco superiore ai 46.000 mq. Questo recinto, seguendo la orografia del luogo, era sviluppato in modo tale da racchiudere i due terrazzi acroteriali della collina della Civitella. La fondazione del muro, infatti, correva parallelamente ai margini dei terrazzi impostandosi spesso sull’orlo di ripide scarpate amplificando notevolmente, in tal modo, la capacità difensiva delle mura stesse.
 
L’anello murario si interrompeva sul versante nord della collina, dove si riduceva solamente a brevi tratti di integrazione tra le rocce affioranti, sfruttando abilmente la natura e l’orografia del terreno e, nel contempo, risparmiando sensibilmente sulla quantità delle opere necessarie. La collina, in questo tratto, si presenta con un’accentuata pendenza resa ancora più accidentata dalla presenza di enormi massi di arenaria, in molti casi questi massi erano tagliati con superfici pressochè verticali a costituire una sorta di baluardo naturale.
 
Lo spazio interno al recinto era organizzato su tre ampi pianori terrazzati attraverso l’impianto e la costruzione di due lunghe mura ‘diateichismata’. La funzione delle mura interne aveva il duplice scopo: migliorare il sistema di difesa militare dell’area; sostenere e regolarizzare i pianori collinari. In particolare veniva ampliato e stabilizzato il pianoro sommitale, o acroteriale, destinato ad accogliere il nucleo urbano dell’insediamento.
 
I diversi recinti murari erano impostati tagliando parte del pendio collinare per addossarsi contro il terreno retrostante. La soluzione, certamente efficiente, faceva si che tali opere potessero, ove necessario, svolgere anche da strutture di terrazzamento, semplicemente raccordando il terreno all’elevato murario.
 
La spinta di questo terreno veniva contrastata per ‘gravità’ cioè sfruttando il peso specifico della muratura realizzata. Pertanto le strutture dovevano presentare una consistenza statica capace di soddisfare tale condizione. Infatti, la struttura in blocchi squadrati lavorati a facciavista a scalpello che possiamo ancora ammirare lungo tutto il perimetro delle mura, costituisce di fatto solo uno dei paramenti del muro vero e proprio. Questo è formato da una struttura più complessa e consistente, dove, due paramenti paralleli, uno interno, a ridosso del terreno ed uno esterno a vista, posti a circa 250 cm di distanza, sono collegati tramite muri di spina dyatoni ad essi ortogonali. Gli spazi vuoti, che si venivano in questo modo a creare, una sorta di sequenza di celle chiuse, venivano riempiti con pietrame di scarto e terreno. In questo modo il muro acquisiva quella consistenza statica che lo rendeva capace ad assolvere alla funzione di sostegno cui era destinato.
 
Il proteichisma , o recinto esterno, doveva essere privo di torri ed era interrotto solo dalle cinque porte. Queste erano disposte in maniera più o meno regolare in corrispondenza delle estremità degli assi dell’ellisse murario, in modo tale da garantire l’accesso all’insediamento da ogni direzione dal territorio esterno.
 
Nella costruzione delle porte, oltre allo studio ed alla scelta tipologica dell’impianto, un’ulteriore dettaglio evidenzia la perizia dei progettisti del tempo: le porte erano collocate, per evidenti motivi di difesa, tutte, in corrispondenza di un cambio di direzione dell’andamento del muro, al termine, quindi, di un tratto più o meno rettilineo e libero. In questo modo risultava più facile controllarne l’accesso e difenderlo in caso di aggressione.
 
La porta sud o ‘ dei castagni’, costituisce, per la Civitella, un unicum di particolare interesse. Essa si colloca alla quota altimetrica più bassa raggiunta dalla murazione, quasi a protrarsi verso la vallata ed accogliere i visitatori. Il sistema difensivo è affidato al tradizionale schema a ‘tenaglia’ con la presenza di un ‘protyron’ anteposto al vano della porta interna. Il protyron risulta ruotato rispetto al piano dell’ingresso e con un piano di calpestio fortemente in pendenza verso l’esterno.
 
Ma la porta, accanto a questi accorgimenti che rivelano dell’accurata progettazione ai fini militari, mostra quella componente che maggiormente caratterizza il monumento della Civitella. Essa è costituita da uno pseudo arco ovvero un sistema architravato a mensole aggettanti con intradosso sagomato ad arco che sormontava il portale di ingresso della porta.
 
Di questa struttura ne sono stati rinvenuti 4 blocchi, di cui tre compongono la mensola di destra, un quarto è quanto resta della mensola di sinistra. La funzione della sagomatura ad arco delle mensole svolgeva solamente una funzione di tipo estetico, costituiva cioè solamente un accorgimento che doveva migliorare la percezione della struttura.
 
La tecnica edilizia impiegata per la costruzione della murazione del IV sec è quella dell’ opera quadrata pseudoisodoma; questa tecnica è ancora evidente in molti tratti della murazione occidentale e delle murature di terrazzamento interne.
 
I blocchi necessari alle costruzioni venivano estratti in loco, provenivano dalle cave immediatamente a ridosso dei cantieri, presso cui è ancora possibile scorgere sul terreno grandi cumuli di schegge di lavorazione dei blocchi . La gran parte del materiale prodotto dalla lavorazione dei blocchi veniva poi utilizzato nel riempimento a sacco della murazione interna.
 
I blocchi risultano tagliati e squadrati con moduli metrici abbastanza ricorrenti, l’altezza si presenta abbastanza costante intorno ai 42 cm, mentre la larghezza varia tra i 40 ed i 60 cm, con esempi fino a 200 cm. I monoliti estratti dalle cave venivano lavorati sui piani di posa e rifiniti in situ sul piano frontale, infatti, su alcuni blocchi, risultano ancora visibili le bugne per la messa in opera dei blocchi.
 

Lo scolo delle acque meteroriche, che dovevano interessare la parte sommitale della fortificazione relativa al camminamento, avveniva attraverso dei barbacani realizzati molto accuratamente in blocco unico incavato a canale e sagomato all’esterno come gocciolatoio. Di questi blocchi sono stati rinvenute tracce su alcuni blocchi scivolati sui terrazzi inferiori della collina.

 

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Il terrazzo di acropoli

 

 

Il terrazzo di acropoli nel III sec. a.C. ospita un denso abitato realizzato con tecniche edilizie diverse ed eterogenee, che vedono anche l’impiego di molto materiale di recupero proveniente da edifici presistenti, da altre strutture di cui non si è ancora individuata la presenza, oppure, come nel caso di altri siti, come ad esempio quello di Roccagloriosa, dallo smontaggio di tratti della murazione esterna e di terrazzamento. L’impianto dell’abitato è impostato su un modello schematico regolare che prevedeva probabilmente un’asse viario dorsale principale e delle vie di penetrazione ortogonali, sui due lati, configurando in tal modo un classico sistema cosiddetto a doppio ’ pettine’. Di queste vie secondarie ne sono state individuate alcune nel tratto di abitato scavato. La disposizione e l’orientamento dell’impianto era dettata soprattutto dalla morfologia del luogo e disposta in modo da favorire principalmente il displuvio delle acque meteoriche. Il sito ha restituito un ampio spazio basolato, probabilmente a carattere pubblico, dotato di un sistema per la raccolta e la canalizzazione delle acque piovane. Infatti la possibilità della conservazione dell’acqua all’interno dell’insediamento si lega solo a questa forma di approvvigionamento. Le sorgenti, pur presenti sul territorio, come quella principale dell’Acquaviva” sono collocate a quote molto più basse e comunque lontane dal circuito murario. Del sistema di raccolta delle acque meteoriche, oltre agli esempi dei canali di raccolta, sono state ritrovate tracce di ambienti interrati che probabilmente costituivano delle cisterne per la conservazione dell’acqua.
 
 Nella parte alta dell’insediamento è stato rinvenuto l’impianto di un edifico, visibile solo a livello di fondazione, obliterato dalle strutture successive ed orientato diversamente da queste ultime. L’edificio a pianta rettangolare con una dimensione di 12,80 x 5,85 m, era realizzato con blocchi di pietra squadrati che lo collocano cronologicamente alla stessa fase della costruzione della fortificazione. La struttura si presenta, oggi, divisa in due ambienti da un corridoio trasversale. Questa struttura però si collocava al disotto del piano di calpestio e costituiva un canale per drenare l’acqua che defluiva attraverso le spaccature nelle rocce sulle quali si impiantava l’edificio. Della sua organizzazione interna e della sua destinazione d’uso non è stata rinvenuta alcuna traccia, suggestive sono le ipotesi che lo legano alla guarnigione dell’epoca della costruzione della fortezza oppure ad una funzione a carattere sacro come edificio di culto.
 
L’insediamento viene abbandonato alla fine del III sec. con frequentazioni successive più sporadiche.
 
Solamente nel XV sec. , con l’avvio dello sfruttamento colturale della collina attraverso l’impianto del castagneto, viene probabilmente realizzata o ingrandita la Cappella dedicata alla Madonna dell’Assunta . Infatti gli scavi eseguiti a ridosso della Cappella non hanno restituito alcun materiale antecedente tale data da ricollegarsi alla frequentazione del sito. Recentemente sono stati ritrovati alcuni frammenti di maioliche, che componevano un precedente pavimento della Cappella, databili dall’ultimo quarto del XVI sec, che sembrano confermare l’ipotesi esposta in precedenza.

 

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Bibliografia

 

 

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